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13 feb 2026

U.E. apre 6 infrazioni contro l'Italia
pubblicato da: admin

U.E. apre 6 infrazioni contro l'Italia

Bruxelles apre 6 nuove procedure di infrazione contro l’Italia. Metà legate all’ambiente (per cui Roma ha già sborsato oltre 800 milioni)La Commissione europea presenta il conto a suon di procedure di infrazione. E, se il 2025 è finito male, il 2026 non è certo iniziato molto meglio. Dopo le sette procedure d’infrazione nei confronti dell’Italia arrivate l’anno scorso, due avviate a dicembre scorso con altrettante lettere di messa in mora (una legata al mancato rispetto della direttiva sulla qualità dell’aria a Napoli e Palermo) e cinque portate avanti da Bruxelles (di cui tre su rifiuti, protezione della natura e rinnovabili), ancora una volta è l’ambiente a dare grattacapi. Delle sei diverse lettere di messa in mora che aprono procedure nuove di zecca, tre riguardano temi legati direttamente o indirettamente all’ambiente. In particolare, violazioni della direttiva acque, mancato rispetto delle norme sulla qualità dell’aria (che dovrebbe essere una priorità dato che la Pianura Padana è una delle aree più inquinate d’Europa) e della direttiva che semplifica gli obblighi di segnalazione in alcuni settori, tra cui quello degli alimenti e degli ingredienti alimentari, del rumore esterno, dei diritti dei pazienti e delle apparecchiature radio.

Il conto salato pagato dall’Italia

Come ricordato qualche settimana fa dal commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, rispondendo a un’interrogazione parlamentare presentata dall’esponente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci, “dal 2012, l’Italia ha versato 1,2 miliardi di euro in seguito a sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea in procedure di infrazione”. Il Dipartimento degli Affari europei ha pubblicato l’ultimo aggiornamento ufficiale l’11 dicembre 2025: delle 69 procedure di infrazione a carico dell’Italia (55 per violazione del diritto dell’Unione e 14 per mancato recepimento di direttive), ben 24 – quindi circa un terzo del totale – riguardano l’ambiente. E, di fatto, stando alla relazione 2025 della Corte dei Conti sui Rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzazione dei fondi (dati 2024), solo per le procedure d’infrazione in materia ambientale l’Italia ha dovuto sborsare più di 800 milioni di euro. Al 31 dicembre 2024, infatti, ammontava a 888 milioni di euro il costo delle sanzioni per le quattro procedure arrivate a una seconda sentenza, più di 800 solo per quelle avviate per le discariche abusive (2003), il trattamento delle acque reflue urbane (2004) e l’emergenza rifiuti in Campania (2007). E si parla di quattro procedure, mentre ne restano aperte ancora 69. A cui, evidentemente, si sono aggiunge quelle appena aperte.

Il recepimento non corretto della direttiva sulle acque

Tra le sei procedure avviate dalla Commissione Ue con una lettera di costituzione in mora, c’è quella (aperta anche per Danimarca e Lussemburgo) per il mancato recepimento corretto della Direttiva quadro sulle Acque, compreso l’obbligo di effettuare revisioni periodiche delle autorizzazioni per la gestione delle acque. La direttiva, infatti, impone agli Stati membri di istituire un programma di misure per ciascun distretto idrografico con l’obiettivo di garantire il buono stato dei corpi idrici europei, come fiumi e laghi. Ogni programma deve includere misure per controllare diversi tipi di pressioni, come l’estrazione di acqua, gli scarichi puntuali e le fonti di inquinamento diffuse. Gli Stati membri sono tenuti a rivedere e aggiornare periodicamente queste misure di controllo, comprese le autorizzazioni concesse, per determinare se conseguono ancora i loro obiettivi e, se necessario, aggiornarle. In Italia, però, la legislazione nazionale non garantisce la registrazione di ogni permesso di prelievo idrico o di invaso, come nel caso dell’invaso realizzato con la costruzione di una diga. Inoltre, le concessioni non sono soggette ad alcuna revisione periodica, sebbene il periodo di validità possa essere di 30 o 40 anni. Tutto questo, però, non è in linea con gli obiettivi della direttiva. L’Italia ha ora due due mesi di tempo per rispondere e porre rimedio alle carenze sollevate dalla Commissione. In assenza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere motivato.

La messa in mora per il controllo dell’aria

La Commissione europea ha deciso anche di avviare una procedura di infrazione per mancato aggiornamento del programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico, come richiesto dalla direttiva Nec, del 2016, sulla riduzione delle emissioni nazionali di alcuni specifici inquinanti atmosferici. La direttiva riguarda cinque inquinanti atmosferici: anidride solforosa, ossidi di azoto, composti organici volatili non metanici, ammoniaca e particolato fine. Ogni Stato membro deve raggiungere dei target ogni anno, tra il 2020 e il 2029, con riduzioni più ambiziose a partire dal 2030, adottando programmi nazionali di controllo dell’inquinamento atmosferico. Questi programmi vanno aggiornati ogni quattro anni e devono definire le misure per soddisfare tali impegni, prendendo in considerazione le misure applicabili a tutti i settori nei quali si possono limitare le emissioni, tra cui agricoltura, energia, industria, trasporto stradale, navigazione interna e riscaldamento domestico. Nonostante i numerosi solleciti, a oggi l’Italia non ha presentato alla Commissione l’aggiornamento richiesto. Anche in questo caso, Roma ha ora due mesi di tempo per rispondere e porre rimedio alle carenze. Anche perché, giova ricordarlo, che proprio in Italia, in Pianura Padana, c’è una delle aree più inquinate di tutta Europa.


02/02/26

03 gen 2026

Trump non fa guerre: bombarda il Venezuela
pubblicato da: admin

Trump non fa guerre: bombarda il Venezuela

Presentato soprattutto come un atto di difesa della popolazione americana contro un regime venezuelano che cerca di destabilizzare gli Stati Uniti esportando droga e criminali liberati dalle carceri di Maduro, l’attacco deciso da Donald Trump ha soprattutto una valenza geopolitica, con profondi impatti anche economici e sulla tenuta delle regole del diritto internazionale.

Dottrina Monroe

La droga c’entra fino a un certo punto, visto che dal Venezuela parte cocaina e non il temutissimo fentanyl che ha origini cinesi e viene raffinato in Messico. C’entra, invece, molto la visione neoimperiale di Trump. La sua promessa agli americani di non impegnare più soldati Usa in lunghe guerre in regioni remote aveva fatto pensare a un ritorno all'isolazionismo. In realtà il presidente americano continua a usare la forza quando lo ritiene opportuno, e lo fa senza consultare il Congresso, ricorrendo ad attacchi brevi, intensi e mirati: dall’eliminazione del generale Souleimani, ai bombardamenti degli impianti nucleari iraniani, agli attacchi contro ribelli e terroristi, dallo Yemen alla Siria.

Nel caso del Venezuela c’è di più: il ritorno alla dottrina Monroe enunciata da quel presidente nel 1823. In sostanza la teoria del «cortile di casa»: l’affermazione di una supremazia degli Stati Uniti su tutto il continente americano. Corollario: ogni intervento di potenze straniere nell’America Latina va considerato un atto ostile nei confronti di Washington. Solo che allora James Monroe pensava soprattutto ai tentativi europei (in particolare della Spagna) di reprimere i processi di indipendenza in corso a sud degli Stati Uniti, mentre oggi la minaccia viene soprattutto dalla crescente influenza cinese in tutto il sub-continente.


Petrolio

Il Venezuela di Maduro era da tempo nel mirino di Trump, ma anche del suo ministro degli Esteri Marco Rubio, soprattutto perché Russia e Cina avevano aumentato di molto i loro interventi a sostegno del regime del Paese che dispone delle maggiori riserve petrolifere dimostrate al mondo.

Un tempo in affari soprattutto con le compagnie americane di big oil, da tempo il Venezuela era divenuto grande fornitore di greggio dei Paesi avversari degli Usa: Cina, Russia e Iran, oltre a Cuba. Una situazione intollerabile, agli occhi di Trump. In questo senso non è totalmente infondata l’accusa formulata dai portavoce del regime dell’ormai deposto Maduro: il controllo delle risorse energetiche del Paese come vera causa dell’intervento americano. Lo stesso Trump ha parlato più volte della sua volontà di riportare l’economia venezuelana nella sfera del sistema capitalistico nordamericano.

Droga

Trump ha usato il traffico di droga come spiegazione della crescente pressione esercitata a partire da agosto sul Venezuela. Ha trasferito una flotta sempre più vasta al largo delle sue coste, ha attivato un blocco navale, ha fatto distruggere con missili e droni 35 battelli di presunti narcotrafficanti causando oltre 100 vittime. Nelle ultime settimane, poi, gli assalti con le forze speciali ad alcune petroliere e almeno due attacchi in territorio venezuelano, ufficialmente per distruggere un molo portuale dal quale partivano imbarcazioni cariche di stupefacenti dirette verso gli Stati Uniti.

Ma la droga è stata usata da Trump anche come pretesto per aggirare le norme che gli imporrebbero di consultare il Congresso prima di intraprendere azioni militari all’estero non imposte dall’urgenza di rispondere a un attacco improvviso. Il governo Usa si appella all’AUMF, una legge di «autorizzazione all’uso della forza militare» varata nel 2001, dopo l’attacco terroristico di Al Qaeda a New York e Washington dell’11 settembre. Norme che consentono interventi immediati, senza approvazione parlamentare, contro organizzazioni terroristiche che minacciano gli Usa: legge usata allora dall’Amministrazione Bush per gli attacchi contro i talebani e Al Qada e poi, nel 2003, contro l’Iraq.

Maduro

Washington dichiara che gli attacchi a imbarcazioni straniere in acque internazionali e lo stesso intervento diretto contro il dittatore venezuelano sono legittimi in quanto non sono atti di guerra ma operazioni antiterrorismo.

Trump ha infatti «declassato» Maduro da leader del Venezuela a «narcoterrorista» dichiarando che lui personalmente è il capo del Cartel de los Soles: un’organizzazione di trafficanti di droga dichiarata dal governo Usa «organizzazione terroristica straniera».

Trump, a quanto si sa, non ha, quindi, informato il Congresso dell’attacco contro il Venezuela e la destituzione di Maduro. Per lui un’operazione condotta con l’impiego di una flotta imponente, comprendente anche la più grande portaerei americana, la USS Gerald Ford, è un’operazione antiterrorismo.

Al di là di conseguenze geopolitiche prevedibilmente vaste, questo intervento non potrà che indebolire ulteriormente la già sfilacciata rete delle regole di diritto internazionale. Non a caso i primi ad accusare Trump di violare quelle norme sono stati i russi: cioè il regime che quattro anni fa dichiarato l’invasione di un Paese sovrano, l’Ucraina, non un una guerra ma un’«operazione militare speciale».

04/01/2026

23 dic 2025

Toscana: la proprietà privata può essere revocata
pubblicato da: admin

Toscana: la proprietà privata può essere revocata

La proprietà privata in Toscana è oggi sotto attacco: la Consulta ha confermato la legittimità del testo unico sul turismo della regione, sancendo che l’uso di una casa può essere limitato se ritenuto “socialmente opportuno”. In pratica, possedere un immobile non garantisce più libertà di gestione se la politica decide diversamente. Un principio che rischia di ridefinire radicalmente il concetto stesso di proprietà in Italia.La rivoluzione silenziosa degli affitti breviLa decisione riguarda principalmente il settore degli affitti brevi, un mercato in crescita che permette ai proprietari di monetizzare le proprie case in maniera legittima. Airbnb e piattaforme simili diventano così il pretesto per imporre restrizioni arbitrarie sulla proprietà privata.La Consulta ha stabilito che l’interesse collettivo può prevalere su quello individuale, trasformando un diritto inviolabile in una concessione revocabile. Non si tratta più di tutela o regolamentazione, ma di limitazione: il cittadino non è più libero di usare i propri beni come meglio crede.Il proprietario come “colpevole perfetto”Secondo la logica della Corte, se lo Stato fallisce nella gestione dell’edilizia o nell’offerta abitativa, non interviene per riformarsi: colpisce chi, con le proprie risorse e iniziativa, cerca di rendere produttivo ciò che possiede. Il proprietario diventa il colpevole perfetto, mentre la politica regionale può vietare senza costruire, controllare senza semplificare.Non c’è nulla di “sociale” in questa strategia. Limitare l’uso della proprietà privata per fini politici o urbanistici significa creare una subordinazione della libertà individuale al potere dello Stato, in nome di un presunto interesse collettivo.Implicazioni oltre il turismoQuesta sentenza non riguarda solo Airbnb o le case vacanza. Si estende a tutti i tipi di proprietà: abitazioni private, terreni, negozi e piccole imprese. Quando un diritto fondamentale diventa condizionato, la libertà economica e personale viene erosa.Il precedente toscano potrebbe essere applicato in altre regioni o settori, legittimando limitazioni su qualsiasi forma di proprietà. In un Paese già gravato da burocrazia e pressione fiscale, la prospettiva che la proprietà privata diventi condizionata è un vero e proprio cambio epocale.Perché la proprietà privata è fondamentaleStoricamente, la protezione della proprietà privata è stata un pilastro della libertà e dello sviluppo economico. Alexis de Tocqueville ricordava come i diritti sui beni individuali fossero essenziali per la libertà civile e politica. Limitare questi diritti significa minare la base stessa di una società libera.La sentenza toscana è un campanello d’allarme: chi possiede qualcosa può vedersi negato il diritto di disporne come meglio crede. Ogni investimento, ogni scelta abitativa o imprenditoriale può diventare soggetto al giudizio della politica.Libertà in pericolo: il monito ai cittadiniChi ha a cuore la libertà individuale deve interpretare questa decisione come un segnale chiaro: la proprietà privata può diventare condizionata. Non si tratta di egoismo o resistenza al cambiamento, ma della difesa di un diritto fondamentale.In Italia, dove burocrazia e pressione fiscale già limitano l’iniziativa privata, questo precedente rischia di aprire la strada a controlli sempre più invasivi sulla vita economica dei cittadini. La politica può oggi giustificare restrizioni arbitrarie, in nome di presunti obiettivi sociali o collettivi.Conclusioni: difendere ciò che è nostroLa Toscana ha aperto una breccia nella protezione della proprietà privata. La libertà economica, la possibilità di investire e programmare il futuro, rischiano di diventare concessioni temporanee e revocabili.Chiunque abbia a cuore i propri diritti e la propria autonomia deve insorgere, comprendere le implicazioni di questa sentenza e difendere la proprietà come principio inviolabile. Non si tratta solo di affitti brevi: è la libertà stessa dei cittadini a essere in gioco.

22/12/2025

14 dic 2025

USA: per entrare iride, DNA e controllo social
pubblicato da: admin

USA: per entrare iride, DNA e controllo social

Chi intende visitare gli Stati Uniti dovrà prepararsi a «rivelare» gli ultimi cinque anni della propria vita sui social media. Le nuove regole, ed è questa la novità più significativa, si applicheranno anche a chi appartiene al programma di esenzione dei visti, come i cittadini dell’Unione europea (italiani compresi). È quanto si legge nella nuova proposta dell’amministrazione Trump. Anche se al momento non è noto quando i cambiamenti diventeranno effettivi, secondo gli esperti si guarda al secondo trimestre 2026.

Secondo l’avviso pubblicato mercoledì dal Dipartimento della Sicurezza interna, coloro che chiederanno di entrare negli Stati Uniti — nell’ambito del programma di esenzione dal visto — saranno tenuti ad aggiungere i social media come «elemento obbligatorio dei dati». Finora, infatti, questa voce è opzionale.

La modifica proposta riguarderebbe i 42 Paesi i cui cittadini e nazionali possono soggiornare negli Stati Uniti fino a 90 giorni senza un visto, previa una procedura di controllo pre-viaggio tramite l’Electronic System for Travel Authorization (il famoso «ESTA»). Le proposte sono soggette a un periodo di preavviso di 60 giorni che servono anche a ricevere proposte di modifica.

Oggi i richiedenti provenienti da Paesi con esenzione dal visto devono registrarsi al programma ESTA, pagano 40 dollari e forniscono un indirizzo e-mail, l’indirizzo di casa, il numero di telefono e le informazioni di un contatto di emergenza. Viene anche chiesto di inserire i propri account social, ma su base volontaria. L’autorizzazione al viaggio ha una validità di due anni.

Assieme ai controlli sui social media proposti, la Customs and Border Protection statunitense (cioè i controlli di frontiera) ha anche segnalato possibili modifiche alla tecnologia alla base del processo di richiesta, tra cui l’obbligo di un selfie oltre alle foto del passaporto. Nel documento si fa capire che il sito web per le richieste verrebbe dismesso così da effettuare la registrazione soltanto via app.


Tra le informazioni richieste la CBP intende aggiungere diversi campi dati alla domanda ESTA. Tra questi:
- numeri di telefono utilizzati dal richiedente negli ultimi cinque anni;
- indirizzi e-mail utilizzati dal richiedente negli ultimi dieci anni;
- indirizzi IP e metadati provenienti da foto inviate elettronicamente;
- nomi dei familiari (genitori, coniuge, fratelli/sorelle, figli) e relative date e luoghi di nascita;
- numeri di telefono dei familiari utilizzati negli ultimi cinque anni;
- residenze dei familiari;
- dati biometrici: volto, impronte digitali, Dna e iride;
- numeri di telefono aziendali utilizzati dal richiedente negli ultimi cinque anni;
- indirizzi email aziendali utilizzati dal richiedente negli ultimi dieci anni.


Questa iniziativa segue azioni simili del governo statunitense per effettuare controlli sui social media per alcuni richiedenti visto, inclusi i richiedenti dei visti H-1B concessi a lavoratori stranieri qualificati, così come i richiedenti visti per studenti e studiosi. Segue anche i piani, ancora in attesa di approvazione, del governo di riscuotere una nuova tassa di 250 dollari per l’integrità dei visti da molti visitatori, benché i visitatori provenienti da Paesi con esenzione dal visto siano esenti da tale tassa.

Tra le novità del documento c’è anche l’introduzione di una funzione — via app — per segnalare volontariamente la propria uscita dagli Usa che si dovrebbe effettuare caricando un selfie e autorizzando la geolocalizzazione per «certificare» che il viaggiatore ha effettivamente lasciato l’America.

Il documento fornisce anche una stima del carico di lavoro e del numero di utenti coinvolti, per le varie modalità di raccolta. Per esempio per il rilascio dell’ESTA via app sul telefonino il Dipartimento statunitense stima circa 14,5 milioni di utilizzatori. Le nuove procedure, poi, avrebbero un tempo stimato per risposta che varia — a seconda del metodo utilizzato —: 8 minuti per modulo cartaceo, 4 minuti per il sito web, 22 minuti per l’applicazione mobile.

Non c’è, al momento, certezza sulle tempistiche di introduzione. Salvo ripensamenti la polizia di frontiera potrebbe introdurre i cambiamenti gradualmente nelle settimane e nei mesi successivi alla data del 9 febbraio 2026, l’ultimo giorno utile per inviare le proposte di modifica. Il testo depositato dovrà essere approvato dall’Office of management and budget.

14/12/2025

14 dic 2025

Internet: nuove regole UE per accedere
pubblicato da: admin

Internet: nuove regole UE per accedere


Nuovo regolamento AGCOM per tutelare i minori in Rete: su Internet, nuovo obbligo di certificazione digitale della maggiore età per alcuni siti web.

Con l’obiettivo di tutelare maggiormente i minori e rendere il web più sicuro in termini di privacy, a partire dal 12 novembre è stato introdotta la nuova regolamentazione europea che impone procedure di verifica e certificazione digitale della maggiore età per l’accesso a siti di rivendita alcolici, di tabacco, piattaforme di gioco o portali per adulti.

Cookie, cambia tutto: le nuove regole UE rivoluzionano consenso e tracciamento online20 Novembre 2025L’Autorità italiana AGCOM è stata scelta dalla Commissione europea per partecipare alla sperimentazione della nuova procedura di verifica dell’età per l’accesso a questa tipologia di siti, in attuazione del Regolamento UE n. 2022/2065 sul mercato unico dei servizi digitali (Digital Services Act).

Una novità che coinvolge in prima linea i titolari di siti e portali legati in queste attività, che hanno sei mesi di tempo per mettersi in regola implementando un sistema di verifica dell’età in linea con gli standard previsti e, soprattutto, a prova di privacy rispettando la riservatezza di utenti e imprese.

Secondo l’Age Verification, vale a dire il sistema di riconoscimento e verifica dell’età degli utenti basato su documenti digitali o riconoscimento facciale con AI, l’identificazione dell’utente avviene prima mediante un fornitore terzo certificato e, in un secondo momento, con autenticazione e generazione della prova dell’età. Le istruzioni sono contenute nella delibera AGCOM n. 96/25/CONS.

Un esempio è quello della piattaforma di identità digitale Intesa ID, per consentire di identificare l’utente attraverso SPID, CIE, video riconoscimento o processi self, facilmente integrabile ai sistemi informatici delle aziende. Una soluzione che permette dunque di utilizzare certificazioni persistenti e riutilizzabili (in vista dell’adozione dei Wallet digitali europei).

Il sistema rileva unicamente il dato anagrafico legato all’età, consentendo al provider di adempiere agli obblighi normativi in linea con i principi di privacy by design.

14/12/2025